Donatori cercansi. Meglio se giovani e non precari

Oggi per la serie testimonianze vi proponiamo questa inchiesta sulla donazione di sangue uscita su 7, il magazine de Il Corriere della Sera a firma di Alessandro Cannavò. 

Ago e sorrisi. Filomena, Cristina e Carmela sanno come bucare la vena con simpatia. Al centro donatori di sangue dell’Istituto dei Tumori di Milano l’invito alla chiacchiera è simile a quello che aleggia dal parrucchiere. Mentre le sacche di sangue si riempiono (450 ml per seduta) le assistenti ti distraggono chiedendoti della famiglia, del lavoro, delle prossime vacanze. La sfilata di bracci tesi termina con un cuoricino di gomma da stringere con la mano per pompare il prezioso liquido rosso. Tutto si conclude in circa 10 minuti. Alla fine ti danno anche il buono colazione. Grazie, ci vediamo fra tre mesi. Ma c’è chi dona solo il plasma o le piastrine (lo si può fare anche una volta al mese). Lì le sedute durano tra i 45 e i 90 minuti, una macchina con tante rotelline seleziona quello che riceve e reimmette nel corpo il liquido privato della parte ematica richiesta, prelevata stavolta in grande quantità. «Diamo a tutti del tu per instaurare subito un rapporto di serenità, alcuni donatori li abbiamo visti crescere e poi portare i propri figli. Ma la scommessa è che un nuovo donatore torni per la seconda volta». In sala d’aspetto i giovani ci sono, non tanti. I volontari dell’Adsint, l’associazione legata all’Istituto dei Tumori costituitasi oltre 50 anni fa, si accorgono dei loro sguardi un po’ titubanti, di quella confusione che prende davanti al questionario dettagliato in cui vengono richieste risposte precise sulle proprie attività degli ultime settimane, dai viaggi al sesso, alle cure odontoiatriche. L’imprevisto che costringe a rimandare la donazione può essere sempre dietro l’angolo. I volontari sono tutti ex donatori che per raggiunti limiti di età (70 anni) ora aiutano in altro modo. Luciano, gagliardo ottantunenne, ha dato il sangue dal ‘65 al 2009 e ha al suo attivo 150 donazioni. Si commuove: «Un sabato pomeriggio mentre ero attaccato, si è presentata l’urgenza per un bimbo in sala operatoria. Mi hanno chiesto di riempire in via eccezionale una seconda sacca. Spero che sia servito. Non sappiamo mai niente di chi riceve il sangue». Luciano si rammarica che non sia riuscito a convincere una sua nipote a donare

 

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