Vitamina D, quando serve reintegrarla

Sentiamo parlare sempre più spesso di questo ormone importantissimo per la salute delle ossa e dell’organismo che si produce proprio attraverso l’esposizione al sole. Uno dei motivi per cui, nell’ultimo anno, a causa della pandemia, si sono moltiplicate le carenze. Vi riportiamo un interessante articolo del Corriere della Sera sul tema

vitamina-d

Possibile che, con la pandemia da Covid, aumentino i casi di carenza di vitamina D. Ma già nel 2017 il supplemento era tra i farmaci più prescritti: oltre il 12% degli italiani l’ha assunta, per una spesa totale di 260 milioni di euro l’anno (rapporto Osmed). Un consumo spesso ingiustificato. Così l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), con la nota 96, ha recentemente stabilito che può essere rimborsata solo in casi specifici: la ricetta rossa spetta agli anziani nelle case di ricovero, alle donne in gravidanza o che allattano, alle persone con osteoporosi o osteopatia che non seguono una terapia per le ossa. Poi ci sono i casi in cui si ha diritto, ma solo dopo aver valutato l’esame per determinare il livello di vitamina D nel sangue, un esame che dovrebbe essere riservato solo a chi è davvero a rischio carenza e ha sintomi associati a deficit di vitamina D (debolezza, dolori alle ossa, pelle scura) o ha malattie che possono causare un malassorbimento (celiachia, malattia di Crohn). Tutti gli altri, se vogliono assumerla, dovranno pagarla. «L’utilizzo della vitamina D si è allargato a dismisura. Basti pensare che veniva data anche al posto dei farmaci contro le fratture, sebbene non abbia questa indicazione. La risoluzione dell’Aifa aiuta a far chiarezza» spiega Maria Luisa Brandi, docente di Endocrinologia all’Università di Firenze e presidente di Fondazione Firmo per le malattie delle ossa.

Continua a leggere qui 



No comments yet.

Lascia un commento