Testimonianze Avis. Barbara e il saper donare la vita

Iniziamo da oggi un appuntamento con le testimonianze dei nostri donatori. Perché hanno scelto di diventarlo e cosa la donazione ha donato a loro. Potete inviare la vostra tramite le pagine social di Avis Milano

La prima a parlarci è stata Barbara Pili, 42 anni di Milano. Ecco il suo prezioso e toccante racconto

«In questo periodo, cinque anni fa, avevo appena scoperto che sarei diventata mamma, ignoravo che nel giro di un mese sarebbe andato tutto a catafascio e che avrei dovuto dire addio al mio piccolo koala (lo chiamavo così quando gli parlavo, forse sentendo che lo avrei perso, gli raccomandavo di restare attaccato a me come fanno i koala con il loro eucalipto). Il piccolo è rimasto attaccato a me dopo che il suo cuore ha smesso di battere, così attaccato da ritenere necessaria un’isterosuzione, per portarmelo via.

Qualche mese dopo, non rimanendo più incinta, mi sono rivolta all’ospedale San Paolo. Ho iniziato il mio percorso di procreazione medicalmente assistita, ma non rispondevo alle stimolazioni ovariche. Producevo un solo follicolo, che conteneva un uovo inutile. Per quattro volte ci ho provato, dopodiché mi hanno messo l’etichetta, quell’odiosa etichetta di donna che non può dare la vita.

Ho pianto tutte le mie lacrime, ho percorso tutte le strade del mio inferno, poi ho messo le scarpe da corsa e sono andata a correre. Correvo e spegnevo il cervello. Non mi sono mai appassionata alla corsa, ma intanto ho tenuto a bada il dolore e ideato un “piano B”. Cucino, cucio, metto a punto il romanzo che ho nella testa, e un giorno scopro che davanti al Centro medico Sant’Agostino, per la giornata mondiale della donazione, ci sarà l’autoemoteca di Avis. Ecco che il cerchio si chiude. Salgo su quell’autoemoteca e lascio sul marciapiede la mia etichetta. Io non sono una donna inutile perché non posso dare la vita, io la vita la posso dare, e nessuno mi può più etichettare. 

Grazie, grazie di tutto cuore, per aver contribuito a lenire il mio dolore.  Avis ha fatto più bene a me, di quanto ne possa fare io donando il sangue.

Da oltre un anno ho smesso di fumare e mi sto impegnando per contrastare i bassi livelli di emoglobina che mi bloccano con le donazioni. Sono tenace, perché, come dico sempre, non c’è tigre più feroce e determinata di una donna che ha perso il suo bambino».



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